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Giorgos Seferis / Isaac Levitan | A word for Summer / Una parola sull'Estate, 1936



We’ve returned to autumn again; summer,
like an exercise book we’re tired of writing in, remains
full of deletions, abstract designs,
question marks in the margin; we’ve returned
to the season of eyes gazing
into the mirror under the electric light
closed lips and people strangers
in rooms in streets under the pepper-trees
while the headlights of cars massacre
thousands of pale masks.

We’ve returned; we always set out to return
to solitude, a fistful of earth, to the empty hands.


Siamo tornati all'autunno. L’estate
come un quaderno di cui siamo stanchi
rimane piena di cancellature
di schizzi astratti a margine, di punti di domanda.
Siamo tornati all'epoca degli occhi che rimirano
nello specchio alla luce artificiale,
serrate labbra, estranei gli uomini
nelle vie nelle stanze sotto gli alberi di pepe
mentre i fari delle automobili uccidono
migliaia di maschere pallide.
Siamo tornati: partiamo sempre per tornare
al deserto, un pugno di terra nelle palme vuote.

Pure, ho amato una volta il Boulevard Singròs,
duplice ondeggiamento, come di culla, della grande strada
che ci lasciava prodigiosamente al mare
perenne, per lavarci dei peccati;
ho amato sconosciuti
incontrati d’un tratto al trapasso del giorno,
monologanti come capitani d’un’armata sommersa,
segni che il mondo è grande.
Pure, ho amato le strade di qui, queste colonne;
anche se nacqui all'altra sponda, accanto
a giunchi e canne,
isole dove l’acqua sgorgava nella sabbia a dissetare
il vogatore, anche se nacqui accanto al mare
che dipano e sdipano fra le mie dita quando sono stanco -
non so più dove nacqui.


Rimane ancora il giallo stillicidio, l’estate:
le tue mani che sfiorano meduse sopra l’acqua,
i tuoi occhi svelati all'improvviso, i primi
occhi del mondo, e le grotte marine,
i piedi nudi sulla terra rossa.
Rimane ancora il biondo efebo impietrato, l’estate:
un po’ di sale asciutto nel cavo d’uno scoglio
un po’ d’aghi di pino dopo la pioggia, sparsi
e rossi come reti sbrindellate.


Non li capisco questi visi, non li capisco:
imitano la morte e poi di nuovo
brillano con la vita umile d’una lucciola
con uno sforzo limitato, disperato
serrato fra due rughe,
fra due tavolini di caffè pieni di macchie,
s’uccidono, s’estenuano
e come francobolli incollano sul vetro
visi d’un’altra razza.


Abbiamo camminato insieme, abbiamo spartito il pane e il sonno
e provato la stessa fitta d’amaro del distacco,
abbiamo edificato con le pietre che avevamo le case,
siamo saliti a bordo, siamo stati esuli e reduci,
abbiamo ritrovato le donne ad aspettare,
ci hanno riconosciuto a stento, più nessuno ci conosce.
I miei compagni hanno portato le statue, hanno portato
le spoglie sedie vuote dell’autunno, i compagni
hanno ammazzato i loro visi: non li capisco.
Rimane ancora il giallo deserto, l’estate:
onde di sabbia in fuga fino all’ultimo cerchio,
un ritmo di tamburo implacato, sconfinato,
occhi di fuoco naufraghi nel sole,
mani con gesti d’uccelli che incidono il cielo
e salutano file di morti sull'attenti,
mani perse in un punto che non domino e mi vince:
le tue mani sfioranti l’onda libera.


And yet I used to love Syngrou Avenue
the double rise and fall of the great road
bringing us out miraculously to the sea
the eternal sea, to cleanse us of our sins;
I used to love certain unknown people
met suddenly at the end of the day
talking to themselves like captains of a sunken armada,
evidence that the world is large.
And yet I used to love these roads here, these columns,
even though I was born on the other shore, close
to reeds and rushes, islands
where water gushed from the sand to quench
the thirst of a rower, even though I was born
close to the sea that I unwind and wind on my fingers
when I’m tired – I no longer know where I was born.

There still remains the yellow essence, summer,
and your hands touching medusas on the water
your eyes suddenly open, the first
eyes of the world , and the sea caves:
feet naked on the red soil.
There still remains the blond marble youth, summer,
a little salt dried in the rock’s hollow
a few pine needles after the rain
scattered and red like broken nets.


I don’t understand these faces I don’t understand them,
sometimes they imitate death and then again
they gleam with the low life of a glow-worm
with a limited effort, hopeless,
squeezed between two wrinkles,
between two stained café tables;
they kill one another, grow smaller,
stick like postage stamps to window panes –
the faces of the other tribe.


We walked together, shared bread and sleep
tasted the same bitterness of parting
built our houses with what stones we had
set out in ships, knew exile, returned
found our women waiting –
they scarcely knew us, no one knows us.
And the companions wore statues, wore the naked
empty chairs of autumn, and the companions
destroyed their own faces: I don’t understand them.
There still remains the yellow desert, summer,
waves of sand receding to the final circle
a drum’s beat, merciless, endless,
flaming eyes sinking into the sun
hands in the manner of birds cutting the sky
saluting ranks of the dead who stand at attention
hands lost at a point beyond my control and mastering me:
your hands touching the free wave.



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