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Lucien Lévy-Dhurmer | Le Silence, 1895 | Musée d'Orsay



"Le Silence", a picture that Levy-Dhurmer🎨 kept throughout his life, is without doubt one of his most fascinating works.
It has the suggestive power of an icon, an image that is all the more compelling for being presented as an enigma: fixed in a hieratic pose, with eyes hidden in shadow, the figure eludes all explanation.
Solid and immobile, it keeps what we imagine to be the secret of its mourning to itself.
The long, falling folds, enhanced by the vertical format, cannot but evoke both physical gravity (from which it is impossible to escape) and moral gravity.

This figure of silence is also an allegory of destiny: it expresses the arbitrary force that governs the world, as opposed to the determinism of the scientists.
Stripped of any anecdotal context, expressing no identity, period or precise location, the work becomes symbolic and universal.
The choice of pastel, Lévy-Dhurmer's favourite medium, gives intensity to the colours used, while the hatching makes the whole image shimmer.
The critic Achille Ségard was right when, in 1899, he referred to a face "like that of a statue".
For although Lévy-Dhurmer picked up the traditional iconography of silence (the gesture was that of the Egyptian god Horus, and later of the Greek god Harpocrates), he took his inspiration more directly from the sculpted medal by Auguste Préault for Jacob Robles' tomb in the Père-Lachaise cemetery (1842).
Given his literary connections, it is also plausible that Lévy-Dhurmer took his inspiration from the writings of his time.
In particular, a collection of poems by his friend Georges Rodenbach comes to mind, "The Reign of Silence" (1891), which ends thus:
"And since night approaches, - I slumber into death".
Exhibited in Paris in 1896, and again at the end of 1899 and the beginning of 1900, "Le Silence" fascinated his contemporaries, and had a major impact on the Symbolist generation from Fernand Khnopff to Odilon Redon🎨. | © Musée d'Orsay


"Il Silenzio", che Levy-Dhurmer🎨 custudì per tutta la vita è, senza tema di smentita, una delle opere più affascinanti dell'artista.
Il potere suggestivo di detta opera è simile a quello di un'icona, immagine tanto più sconcertante giacché essa si presenta in forma di enigma: fissa in una postura ieratica, gli occhi immersi nell'ombra, la figura sfugge a qualsiasi spiegazione.
Massiccia ed immobile, essa racchiude in sé quello che si ritiene sia il segreto del suo dolore.
Le lunghe pieghe cadenti, esaltate dal formato verticale, evocano inesorabilmente sia l'imponenza fisica (alla quale è impossibile sottrarsi) sia la grandezza morale.
Questa figura del silenzio è altresì un'allegoria della fatalità; essa esprime la parte arbitraria che governa il mondo che si contrappone al determinismo degli scienziati.
L'opera, che non è soggetta a nessun tipo di aneddoto e non evoca nessun personaggio specifico, nessuna epoca e nessun luogo determinato, assurge a simbolo e all' universale.
La scelta del pastello, tecnica preferita da Lévy-Dhurmer, conferisce intensità ai colori utilizzati, mentre il tratteggio attribuisce all'insieme un aspetto inquietante.
Nel 1899, il critico Achille Ségard parlava giustamente di un viso "simile a quello di una statua". Lévy-Dhurmer, difatti , pur rifacendosi all'iconografia tradizionale del silenzio (il gesto è quello del dio egizio Horus e del dio greco Arpocrate), si ispira più direttamente al medaglione scolpito da Auguste Préault per la tomba di Jacob Robles al cimitero del Père-Lachaise (1842).

Per la sua vicinanza agli ambienti letterari, è lecito pensare che Lévy-Dhurmer abbia tratto ispirazione dagli scritti del suo tempo.
Il pensiero corre soprattutto alla raccolta di poemi del suo amico Georges Rodenbach, "Il regno del silenzio" (1891), che terminava con queste parole:
"E poiché cala la notte , - ho sonno di morire".
Esposto a Parigi nel 1896 e, successivamente, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, "Il Silenzio" conquistò i suoi contemporenei ed ebbe un forte impatto sulla generazione simbolista da Fernand Khnopff ad Odilon Redon🎨. | © Musée d'Orsay


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