10/02/21

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Dino Buzzati | Un amore, 1963 | Capitolo V


Ma quando, nel salotto compiacente della signora Ermelina, la ragazza, con le braccia nude levate a manici d'anfora, si voltò a sorridergli, di colpo affiorò il ricordo di quella sera di settembre, o ottobre, in corso Garibaldi.
Non poteva dire che fosse lei.. La ragazza di corso Garibaldi, almeno nel ricordo, era forse più bella, però c'era una strana identità di tipo umano. Certo, questa Laide non aveva lo stesso mistero.
Oppure la violenta attrazione esercitata su di lui da quella dipendeva dal fatto che in quel momento, in quel posto, lei era una creatura irraggiungibile mentre questa era a sua facile e completa disposizione? Forse era soltanto la diversa situazione a fargliele apparire diverse, mentre in realtà erano la stessa persona?

Intanto Laide, soddisfatta della prova, si era sfilato l'abito, rimanendo di nuovo in sottoveste.
"Non vorrai mica rivestirti adesso!" disse la Ermelina, ridendo, perché la ragazza aveva raccolto la sua gonna dal divano "Figlioli, di là tutto è pronto".

Era una delle formule sacramentali. Preceduto da Laide, Antonio passò nella camera da letto.
Senonché, sulla soglia, mentre la ragazza era già entrata, Ermelina fece un cenno all'uomo, richiamandolo indietro. E gli sussurrò in un orecchio:
"Guardi che è un tipetto strano, sa? Le piace..." e fece un gesto..
"Glielo dico perché si sappia regolare".
"Ah, benissimo" rispose lui, pur non avendo capito.
Il letto era fatto, sopra era steso un rivestimento di cretonne.
Evidentemente la padrona calcolava che si facesse l'amore allo scoperto. Ma la stanza era tutt'altro che calda. Antonio tolse la copertura e appena fu spogliato si infilò sotto le lenzuola. Lei intanto era di là nel bagno a lavarsi.
Erano forse il momento migliore quei cinque minuti d'attesa in letto, mentre la ragazza, di là, preparava convenientemente il suo corpo.


L'immaginazione, con la certezza di un prossimo incontrastato esaudimento, sviluppava le più eccitanti e lussuriose ipotesi che naturalmente sarebbero state poi deluse per almeno l'ottanta per cento.
Lei ricomparve ancora in sottoveste. "Ciao" disse entrando. E poi, con un certo stupore: "Ti sei messo sotto?".
"Cara mia, non è mica caldo, qui".
"Sì, tanto caldo non fa".
Con la stessa disinvoltura che se fosse stata sola in un locale ermeticamente chiuso, senza la minima simulazione di pudore, mentre lui la esaminava pregustandola, si tolse la sottoveste, poi le calze.
Sotto, portava delle mutandine viola e una "guèpière", di un viola più chiaro con liste verticali nere, piuttosto ricercata. La Ermelina ci teneva che le ragazze della sua scuderia curassero la biancheria intima. Questo era l'importante, con una clientela scelta come la sua.
Se poi i vestiti e i cappotti erano strapelati, poco male.
La testa reclinata, le labbra contratte nello sforzo, Laide aprì i ganci della guepière, sulla schiena. Poi la schiuse, come una conchiglia. Restò nuda.

Era il classico corpo della ballerina, snella, le anche strette, le cosce lunghe e slanciate, i seni piccoli da bambina. Sembrava un disegno di Degas. Fece una corsa verso il letto.
"Hai ragione tu, che freddo" e si infilò ridendo sotto le lenzuola, fra le braccia di lui.
Lui subito la baciò sulla bocca. Lei ci stava, con apparente piacere, infilandogli fra le labbra la lingua, senza intemperanze oscene, però, anzi con un certo ritegno quasi casto.
Poi Antonio rialzò il capo a guardarla. Quel faccino allegro e infantile sotto di lui, fra il nero dei lunghi capelli sparsi. Pareva trovarsi a suo agio.
"E' vero che sei ballerina?"
"".
"E dove lavori?" le chiese, facendo finta che Ermelina non glielo avesse detto.
"In un teatro dove vai anche tu".
Cosa voleva dire? aveva saputo chi era Antonio, che faceva lo scenografo? O alludeva genericamente alla categoria sociale, come se tutti i borghesi di una certa classe dovessero tutti frequentare la Scala?
"Ci vado come?"
"Un teatro dove vai anche tu".
"Sei ballerina della Scala?"
Col capo lei fece cenno di sì. Una confessione che la rendeva soddisfatta.
"Complimenti. Verrò ad applaudirti".
"Grazie".
"E scusa, come mai non hai le ascelle depilate?"
"Taci, che devo andare dall'estetista".
"Ma alla Scala, per ballare come fai?"
"Per quello, ci sono delle specie di coppette che si mettono alle ascelle, e così, ballando, non si vedono i peli."
Fece una piccola smorfia arricciando il labbro superiore, come fanno le bambine un po' civette, quando vogliono farsi perdonare, Lui: "Di', come ti chiami? Laide? Senti una cosa. Cavami una curiosità. Per caso, abiti in corso Garibaldi?"
"Io?" fece una smorfia di stupore "Neanche per idea. Perché?"
"Niente. Perché ti ho visto in corso Garibaldi".
"Io in corso Garibaldi?" cadeva dalle nuvole. "Quando?"
"Di preciso non ricordo, ma saranno tre quattro mesi. Era di sera.
Verso settembre ottobre".
"Se saranno due anni che non passo da corso Garibaldi!"
"Sei entrata in una specie di vicolo che mena in quel quartiere interno, quello che chiamano la Storta".
"Io alla Storta?" diceva "Stovta", con un grazioso erre. "In bei posti mi fai andare! Mai stata alla Storta in vita mia, grazie al Cielo".


"Perché? Che c'è di male?"
"Guarda. Alla Storta non ci sono altro che puttane. Ladri, checche e ruffi".
"Ruffi, come?"
"Ruffiani, no? Magnaccia".
"Ma scusa, cosa ne sai tu?"
"Lo sanno tutti, no? Perché? Tu, cosa credevi?"
"Io, niente. Non sapevo neanche che esistesse".
"Be', guarda che da quelle parti non ci metto piede, io" sembrava risentita.
"Cosa vuoi che ti dica? Mi pareva di averti vista".
"Sarà una che mi assomiglia. Com'era vestita?"
"Figurati se mi ricordo" disse Antonio che invece si ricordava benissimo.
"E poi che cosa mi hai visto fare, ancora? Battere il marciapiede?"
"Non so perché tu te la prenda, adesso. Cosa ti ho detto di male?"
"Be', a me certi discorsi non mi vanno. Chiaro? Chiuso. E adesso..."

Lo trasse a sé, gli incollò la bocca sulla bocca.


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