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Dino Buzzati | Un amore | Capitolo XII


Non ci pensa più, erano passati quasi quindici giorni, non ci pensava più. E' nel suo studio, mezzogiorno, ha fretta di sistemare il lavoro perché alle due e mezza verrà a prenderlo l'amico Cappa per andare a Saint-Moritz, lo preoccupa piuttosto il tempo perché sembra che stia per piovere, oramai non ci pensava proprio, il telefono suonò.

Meccanicamente, alzò il microfono.
- "Pronto". Quella voce con l'erre. Era la seconda volta che la Laide gli telefonava. La voce gli penetrò dentro, gli scendeva nel petto. Un senso di meraviglioso sollievo. Come mai questo sollievo? Ma se alla Laide aveva rinunciato. Se non ci pensava più. Perché questa gioia?


- "Come mai mi telefoni?"
- "Niente. Ti dispiace? Volevo salutarti".
- "Anzi, mi fai piacere. E cos'hai fatto in tutto questo tempo?"
- "Se sapessi che scocciatura. A Modena per lavoro".
- "Che lavoro?"
- "Ma fotografie, lo sai".

Per una frazione di secondo il pensiero di lasciar perdere, di liquidarla, bastava le dicesse che andava via qualche giorno, se mai dopo, un generico rinvio. Bastava un niente. Bastava un niente perché lui fosse salvo.

Ma perché salvo? Che pericolo correva? Era ridicolo. In fin dei conti anche se di quando in quando faceva l'amore con la Laide! Non era mica la peste. E dopo tutto era lei adesso che lo cercava. Poteva anche darsi che la Laide avesse detto la verità, forse era stata veramente via per tutti questi giorni. E adesso, appena tornata, gli telefonava. Forse Antonio non le dispiaceva. Forse l'immagine di lui le era rimasta nel ricordo come una cosa pulita e rassicurante, forse sentiva il bisogno di lui, forse era stanca di quella vita balorda, forse era stufa di tipi volgari, di ambienti equivoci, di amiche infide, forse si sentiva sola.
- "Allora" disse lui "ci si può vedere?"
- "Ma certo. Vuoi che ci vediamo oggi?"
- "Oggi non posso. Vado a sciare. Ma domenica ritorno".
- "Ah... Va be' allora ti telefono lunedì".
- "A che ora?"
- "A mezzogiorno".
- "D'accordo. Ciao allora. E grazie della telefonata".

- "Figurati. Ciao" disse lei e a Dorigo parve di avvertire nella sua voce una sfumatura di delusione, come se Laide sperasse che lui avrebbe rinunciato anche allo sci pur di rivederla subito.

Meglio così, pensava soddisfatto, farsi desiderare è sempre la tattica migliore. Era ancora tranquillo. Di più. Era contentissimo. Leggero e sicuro di sé. Che la telefonata lo avesse fatto felice non gli sembrò preoccupante. Preoccuparsi? Era lui a dominare la situazione. Ma il lunedì, quando l'orologio sulla parete di fronte segnò mezzogiorno, si accorse di essere impaziente. Si rese conto anzi che per tutta la mattina aveva aspettato che mezzogiorno venisse, l'attesa era cominciata fin dalla sera prima quando lui era tornato a Milano, l'attesa era cominciata venerdì scorso nell'attimo stesso che la Laide aveva detto: Figurati. Ciao. Per tre giorni lui aveva continuato ad aspettare, senza saperlo.

E adesso non smetteva di guardare l'orologio. Trac faceva il meccanismo ogni minuto, e la lancetta faceva un piccolo scatto in avanti. Ogni trac era un pezzetto di tempo che se ne andava, una probabilità in meno che Laide mantenesse la promessa. Da venerdì in poi quante cose potevano essere successe, quanti uomini l'avevano desiderata, le avevano fatto la corte, più giovani, ricchi e belli di lui, quante occasioni nel giro di tre giorni per una ragazzina senza testa lanciata alla disperata attraverso il mondo.

Alle dodici e dieci si alzò in piedi, non resisteva più, non riusciva più a concentrarsi sul lavoro, c'era da rispondere a una lettera, lui la leggeva e rileggeva senza riuscire ad afferrarne il senso. Pensò: se entro cinque minuti non mi telefona, vuol dire che non si farà più viva. Magari non è neanche a Milano, adesso, forse ancora a Modena o a Roma, chissà.

Fu chiamato di là da Maronni, c'era il Blisa, quello della cartiera, per discutere il progetto del campo sportivo. E se Laide gli avesse telefonato mentre lui era di là?

La porta del suo studio era di quelle che si chiudono da sole per una molla a stantuffo. La spalancò mettendo una sedia che tenesse aperto il battente. Anche l'uscio dell'altra stanza lo lasciò semiaperto alle sue spalle, per fortuna non aveva la molla. Si accorse che Maronni lo guardava in certo modo.

- "Aspetto una telefonata" disse. "E' uno che telefona da fuori".
Maronni sorrise: "Da fuori?".
- "Sì, doveva telefonarmi da Como".

Mentì abbastanza bene. Di solito a mentire faceva una fatica. Anche qui c'era un orologio. Trac a ogni minuto. In ogni parte del palazzo c'erano di quegli orologi che facevano trac a ogni minuto. Gli estranei restavano impressionati. Invece dopo poco ci si abituava, non si udiva più il trac, non si riceveva più la scossa. Anche nello studio di Maronni, un bellissimo ufficio, c'era un orologio. Segna le dodici e sedici, segna le dodici e diciassette. Il discorso riguarda la facciata che guarda sulla strada. Il Blisa vorrebbe qualcosa di rappresentativo, parla perfino di colonne. Persuaderlo a fare qualcosa di decente sembra un'impresa disperata.

Con la coda dell'occhio Antonio vede scattare la lancetta. Le dodici e diciannove. Non si farà più viva non gli telefonerà più, scomparirà nella nebbia con altri uomini sconosciuti altri uomini giovani altri uomini sicuri di sé. Forse è meglio una parete nuda a curvature verticali, dopo tutto non gliene frega più di niente, adesso lei dove sarà? Ci sarà un telefono dove lei si trova? Ci sarà un elenco per cercare il numero, lei certo il numero non se lo ricorda, lei il numero non se lo ricorda garantito. A parlare del progetto faceva una tremenda fatica però ci riusciva sebbene con lunghe pause. Guardò: le dodici e venti. Laide non telefonerà più. Ma esiste la Laide? Esiste una ragazza con un nome così buffo? Non è mai esistita. E' esistita ma non esiste più. Esiste ma lontana lontanissima le dodici e ventuno l'orologio ha fatto trac adesso finalmente anche lui ha sentito. Non la rivedrà mai più.

Con un pretesto lasciò Maronni e Blisa chiudendosi nel suo ufficio. Come fu solo respirò. Che fatica dominarsi alla presenza degli altri magari ridere e scherzare. Adesso almeno non c'era più il pericolo di non sentire il campanello del telefono, accese una sigaretta, dopo due boccate la gettò, gli parve fosse mezzanotte, una specie di buio dentro di lui, era pazzesco, era ridicolo, peggio ancora, era indegno per un uomo come lui far tante storie per una ragazza squillo, certi giorni non era neppure bella, certi giorni era proprio bruttina, sì, sì, non proprio racchia ma abbastanza insignificante lui si attaccò a questo pensiero consolante, non era bella ma mediocre comunque non vale la pena.

Ci voleva altro. E quel musetto vivo e spiritoso, quella gaiezza fisica, le gambe, pensava, quelle cosce lunghe e strette che anche sotto le gonne, nel fare il passo, rivelavano una spavalda giovinezza, quella meravigliosa inverecondia, più ingenua e casta del pudore rigoroso delle educande di collegio, per cui la Laide, senza il minimo imbarazzo, se era caldo, si sedeva e sollevava le gonne scoprendo le cosce fino all'inguine, quel fanciullesco dono di sé al prossimo, come una bambina a cui hanno fatto credere che è tutto un gioco e non c'è niente di male, quella folla di ombre ignote che le fa da sfondo, uomini e donne, a cui lei appartiene, luci di sghembo nell'angolo della balera di moda, telefonate ambigue, folli corse sull'autostrada con la supermacchina del figlio di famiglia che a centosessanta all'ora le prende con la mano destra la testolina e la bacia lungamente, nell'interno profondo della piccola bocca, quel suo modo di apparire, a passi incerti e fieri nello stesso tempo, come guerriero che entri nella tana del drago, quel dispetto, quel dire e non dire, quel profilo come si vedono negli album dei pittori dell'ottocento, nel quale c'è insieme la plebe, la razza, il sesso, la famiglia, la storia anche, quegli occhi rotondi ora fissi, ora spaventati, ora impertinenti e duri, ora allegri e fidenti come di contadinella che va alla sagra, quel suo vendere il corpo come se fosse un piccolo sport di moda fra le ragazzine, quella composta dignità nel letto senza rilasciarsi mai alle smanie della carne, quel completo abbandono che sapeva essere ritegno, quella prostituzione che era ingenuo rituale di casta per cui lei povera dava ai ricchi il suo corpicino nudo da godere, quel desiderio di vita stupido, folle, conformista che è un modo di esistere per tante giovanette, quella pronuncia con l'erre, riflusso forse sotterraneo di una aristocrazia smarritasi negli umidi meandri dei cadenti palazzi, fra un andirivieni di servitori con le torce.

Il telefono suonò. Non è lei, si costrinse a pensare. Non è lei.
- "Pronto" egli udì. Lento, stanco, diffidente, con dentro una sfiducia totale nel mondo, inconcepibile in una ragazzina di venti anni.
- "Ciao" lui disse.


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