22/07/21

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Dino Buzzati | Un amore | Capitolo XVIII

Entrato in ufficio trovò un appunto del telefonista: "Ha telefonato da Modena sua nipote Laide che la prega di andarla a prendere domani mattina presto a Modena, Albergo Moderno".
Modena? Quanti chilometri? Neppure per un istante pensò di non andare. Poi gli venne in mente la sua modestissima automobile, la seicento ormai abbastanza scalcinata.

Cominciò ad architettare la fuga. Partire presto non era difficile, una sveglia anormale non poteva insospettire in casa, solo di sera liberarsi era difficile. Tutto stava nel poter tornare per le cinque, cinque e mezza per un impegno di lavoro. Certo una faticaccia.
Ma alla sera si trovò per caso a pranzo con Menotti, suo vecchio amico. Menotti aveva una macchina sportiva, aperta. Durante il pranzo, sicuro che l'altro con un pretesto qualsiasi gli avrebbe detto di no, gli chiese se il giorno dopo gli avrebbe prestato la spyder. Menotti non diede alla cosa la minima importanza. Sì, certo. Purché Dorigo fosse tornato alla sera.

Dino Buzzati | La via, 1969

L'idea di andare a prendere Laide in un'automobile scoperta, tipo sport, rinfrancò Antonio. Di queste stupidissime illusioni è fatta la nostra vita, in fondo.
Al ritorno dal ristorante di Corsico, lungo il Naviglio, nella sera di maggio profumato, al volante della bella macchina, col vento che gli dava uno strano fastidio nella nuca, con una bella donna al fianco, di cui non conosceva neanche il nome e di cui se ne fregava totalmente, coi lumi dei lampioni che scorrevano via, gli sguardi incuriositi o invidiosi dei passanti, col pensiero che all'indomani la avrebbe rivista, con la meravigliosa consapevolezza che la Laide, per la prima volta lo aveva chiamato, con la levità che gli dava l'immersione nell'aria blu della notte, con quel senso inebriante di nudità che dà la macchina aperta, come quando da bambino, ai primi di giugno, lasciava i calzoni "knicherboker" per mettere i pantaloni corti e le gambe nude gli davano una confusa sensazione di voluttà, di espansione fisica, di sfrontatezza carnale.

La sveglia alle sei, di per sé dolorosissima, fu una specie di meraviglia all'idea di lei che lo aspettava, all'idea della macchina con cui andava a prenderla. Con quella macchina arriverà un uomo in gamba, ricco, sportivo, disinvolto, moderno, giovane, come i fusti dei film di moda.
Le farà una magnifica impressione. Vedendolo arrivare con una spyder sport Laide non potrà più considerarlo un intellettuale, uno sparuto, un povero borghese.
Quella macchina gli permetterà di entrare finalmente nel suo mondo, con pieno diritto di cittadinanza, il mondo degli uomini ricchi e impavidi che manovrano le ragazzette povere come fossero automobili, anzi con maggiore indifferenza, e loro li stanno a guardare intimidite e si lasciano passivamente pastrugnare.
Partì alle sei e mezzo. Trovò le strade vuote. Peccato che il cielo fosse grigio.
Ogni volta che il piede premeva sul pedale dell'acceleratore era uno spazio in meno che lo separava da lei. Lui di solito prudente fino all'esagerazione, volava attraverso la città. Le case ancora addormentate e livide, i semafori ancora occhieggianti barbagli gialli, la città colta di sorpresa.
Imboccò l'autostrada del Sole che il sole non era riuscito ancora a rompere la bruma. La pista era deserta. Mai aveva provato a guidare a centoventi centotrenta all'ora.
Accelerando, l'angolazione a imbuto delle righe bianche si contraeva stringendosi in modo preoccupante.
Lei certo dormirà a quest'ora. Sola? Lei era laggiù in fondo, oltre l'orizzonte, lontanissima ancora. Intorno. Non case, non fattorie, non colonnette di benzina come sulle strade solite. La campagna deserta. Prati fumiganti di nebbia e in fondo i lunghi schieramenti regolari di pioppi altissimi a quinte successive che si perdevano nelle lontananze.
Via via che lui correva, da una parte e dall'altra gli alberi ruotavano concentrandosi in folla verso l'estremità del rettilineo e poi sgranandosi di fianco, mentre altri, più lontani, gli correvano avanti a rinserrarsi verso l'orizzonte; come se due immense piattaforme girassero in senso opposto una a destra, una a sinistra.
Non esisteva ancora il sole ma si capiva che dietro i velari di umidità e di nebbia, il sole c'era. Tutta la sterminata campagna lo aspettava, infreddolita. E a mano a mano che la lancetta bianca del tachimetro saliva con nervose oscillazioni, l'aria fredda faceva gorgo sulla nuca.

Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Sì, la fuga degli alberi - intreccio fluido e cangiante di prospettive in una duplice rotazione della campagna a perdita d'occhio - aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in direzione dell'amore e pure gli alberi che scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo.
Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve. Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un'anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo.
E lei era laggiù in fondo, dietro l'ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno nuovo penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola? Allora, egli all'improvviso capì il senso di quel naturale incantesimo.

Che cosa infatti volevano dirgli i filari di pioppi all'orizzonte che vanno vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle, nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi inesauribili precipitandosi su di lui?

Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo "che bello" e qualcosa di grande entra nell'animo nostro.
Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l'amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d'amore.

Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici?
Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli?
Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell'ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro?
E l'angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del "boulevard" o il "suk" di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l'erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un'allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?

Pensò alla finestra solitaria illuminata nella sera d'inverno, alla spiaggia sotto le rocce bianche nella gloria del sole, al vicolo inquietante e sghembo nel cuore della vecchia città, alle terrazze del grand hotel nella notte di gala, ai fienili, al lume della luna, pensò alle piste di neve nel mezzogiorno di aprile, alla scia del candido transatlantico illuminato a festa, ai cimiteri di montagna, alle biblioteche, ai caminetti accesi, ai palcoscenici dei teatri deserti, al Natale, al barlume dell'alba.
Dovunque c'era nascosto il pensiero inconfessato di lei, anche se non sapevamo neppure chi fosse. Quanto meschina sarebbe, di fronte a un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un'altra creatura.

Perfino le montagne che egli aveva intensamente amato, le nude scabre inospitali rupi in apparenza così antitetiche alle cose d'amore adesso assumevano un senso diverso. La sfida alla natura selvaggia? Il superamento dell'io? La conquista dell'abisso? L'orgoglio della vetta?
Che spaventosa cretineria sarebbe, se consistesse solo in questo. Difficoltà e pericoli diventerebbero ridicolmente gratuiti. A lungo egli aveva meditato al problema senza riuscire a risolverlo. Adesso sì. Nell'amore per le montagne si annidava clandestinamente un altro impulso dell'animo.
Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe sempre detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un'idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo.

Eppure, interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l'arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c'è anche per loro il richiamo a un sogno di amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare.
Dal termine ultimo del rettilineo, mentre già il cielo si scioglie nell'azzurro e il sole si espande, i grumi d'alberi appostati laggiù continuano a rompersi sgranandosi in due parti lentamente e in progressiva precipitazione scivolano via ai suoi fianchi, con fluido intreccio di prospettive, rapidi i filari più vicini, lenti e pigri i filari lontani, in una duplice rotazione della campagna a perdita d'occhio.
E quando egli premeva il pedale, il moto degli alberi accelerava e gli sembrava così che l'intera pianura gli obbedisse. Gli vengono pure in mente le carovane delle miagolanti befane venute dall'America che scendono dai pullman dinanzi ai musei e alle cattedrali. Forse che anche le sciagurate, nel girovagare da un paese all'altro, inseguono quel presentimento d'amore?
Esattamente così, compatitele. Pure in quei ruderi standard pieni di salute resiste ancora, a loro insaputa, il richiamo; hanno sessanta, settanta, ottant'anni, sono donne morigerate e rispettabili, impazzirebbero di vergogna se potessero sapere ciò che le trascina su e giù per il mondo. Eppure se nei viaggi non ci fosse quel barlume romanzesco e inverosimile, mai si muoverebbero di casa. Il vagabondare di frontiera in frontiera, di albergo in albergo, diventerebbe un supplizio. E il fatto universale della poesia?
Come mai tanti paesaggi, selve, giardini, spiagge, fiumi, alberi, crepuscoli nei versi alla donna amata? Perché nella natura, i poeti, più ancora degli altri riconoscono il riferimento fatale. Le torri antiche, le nuvole, le cateratte, le enigmatiche tombe, il singhiozzo della risacca sullo scoglio, il piegarsi dei rami alla tempesta, la solitudine dei greti nel pomeriggio, tutto è un'indicazione precisa a lei, la donna nostra, che ci incenerirà. Ogni cosa del mondo congiurando con le altre cose del mondo in complotto sapientissimo per promuovere la perpetuazione della specie.
Era una intuizione così bella e geniale che in altre circostanze egli ne avrebbe avuto soddisfazione. Ma, proprio per la sua esattezza, oggi a lui procurava solamente dolore. L'espressione degli alberi fuggenti corrispondeva infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato. Egli correva in direzione di lei benché sapesse che laggiù lo aspettavano soltanto nuovi affanni, umiliazioni e lacrime. Ma lui correva a perdifiato ugualmente, il piede premuto con tutta la forza sul pedale, per la paura di perdere un minuto.
I pioppi della pianura, spostandosi processionalmente, a schiena curva sembrava che gli dicessero: fermati uomo, fa dietro front, non pensare più a lei e seguici, non correre alla tua rovina. Noi ti condurremo al remoto paradiso degli alberi dove esiste soltanto benessere, canto di uccelli e pace dell'animo. Non ostinarti.

Era così persuasivo il loro discorso che a un tratto egli fu preso da un turbamento interiore, si spostò sulla destra e si è fermato. Ma nello stesso istante si è fermato anche tutto il paesaggio intorno a perdita d'occhio e a lui dinanzi, in fondo alla deserta pista d'asfalto, il crocchio degli alberi rimane compatto e immobile né si scioglie più sgranandosi da una parte e dall'altra, i pioppi non fuggono più, non gli dicono più fermati, non osano più dirgli niente perché capiscono che non c'è nulla da fare, gli alberi gli dicono sì è vero, laggiù in fondo, al sud, dove la strada finisce, c'è lei che aspetta per farti dannare, ma non importa, tanto! Tanto, il sole è già alto, e noi non ti possiamo salvare.


Dino Buzzati | Un amore | Capitolo XVI
Dino Buzzati | Un amore | Capitolo XVII