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Ada Negri | Pioggia d’autunno, 1936

Stanotte udíi, fra veglia e sonno, un canto
lieve, sommesso, e pur vasto siccome
il vasto mondo; e mi parea nel sogno
di navigare in barca senza remi
su grigio mare, dentro un vel di pioggia.


Ada Negri, Milano, 1914

Era la pioggia, sí; ma sovra un mare
di fronde, mormoranti di felice
ristoro, nelle tenebre: la prima
pioggia d’autunno, dopo un’arsa estate
tutta febbre di sole; ed or s’ostina
nell’alba smorta, ed ogni albero piange
che la riceve. Ma quel pianto è riso,
profondo, inestinguibile: di donna
che troppo attese, ed or non sa se gioia
o dolore è l’amplesso che l’avvolge.


Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e sì gran sete plachi.


So che annunci l’inverno, che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.


Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto, sinché avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.



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